Paolo Ferrero
Qualche giorno fa è uscita in libreria una importante opera che ognuno di noi dovrebbe leggere ed ascoltare. Cesare Bermani ha infatti curato per la Bur Rizzoli "Pane, rose e libertà. Le canzoni che hanno fatto l'Italia: 150 anni di musica popolare, sociale e di protesta". Trattasi di un volume più tre CD, che raccolgono 90 canti, di cui una parte inediti. Nel volume e nei dischi troviamo un'antologia del canto sociale nella storia d'Italia che va dal canto giacobino a quello risorgimentale, da quello anarchico a quello socialista e comunista, da quello partigiano sino al canto da cantastorie di Pardo Fornaciari dedicato ai fatti avvenuti al G8 di Genova nel 2001.
Ogni brano è razionalizzato da apposita nota e collocato storicamente. Si tratta di un'antologia strutturata in modo da essere utile anche a livello scolastico. Chissà che qualche professore coraggioso non lo usi nel suo insegnamento ... Questa antologia è importante perché è il frutto di un lavoro politico e culturale che ha attraversato tutto il dopoguerra italiano e che rischia semplicemente di andare perso, come abbiamo potuto vedere con la serata del festival di Sanremo dedicata ai 150 anni d'Italia. Il revisionismo storico infatti non riguarda solo la riscrittura della storia del paese per quanto riguarda i fenomeni politici, come ad esempio la completa rimozione del ruolo positivo dei comunisti nella costruzione della democrazia e nelle conquiste sociali. Non riguarda nemmeno solo la lettura dei grandi passaggi storici, come ad esempio la pervicace opera di denigrazione della resistenza e l'equiparazione morale dei partigiani ai repubblichini. Il revisionismo storico e cioè la riscrittura della storia d'Italia da parte delle classi dominanti riguarda anche l'occultamento della soggettività e della cultura prodotta dalle classi subalterne.
Il revisionismo non è solo un rovesciamento di senso degli avvenimenti ma è anche un occultamento della produzione culturale delle classi subalterne in modo da renderle prive di una memoria e per questa via maggiormente plasmabili alla cultura di massa prodotta dalle élite per rimbambire le masse. Da qui l'importanza dell'antologia di Bermani che raccoglie canti sociali.
Sono detti canti sociali, per comodità, tutti i canti di protesta, di denuncia, di affermazione politica e ideologica, dal periodo della Rivoluzione francese a oggi, propri o in funzione degli interessi delle classi
lavoratrici. uesta definizione irnplica poi, per-la razionalizzazione di questi stessi canti, un allargamento di visuale a.ben più ampi ambiti musicali e siciali. Quale fosse il loro spessore re nel nostro paese è stato ignoto smo alla fine degli anni Cinquanta, quando prima i ricercatori legati al movimento di Cantacrona che (Sergio Liberovici, Emilio jona, Michele L. Straniero e pochi altri), poi quelli legati al Nuovo Canzoniere Italiano (Gianni Bosio, Roberto Leydi, Cesare Bermani inizialmente, poi decuplicatisi nel corso degli anni Sessanta e di essi si ricorda qui per tutti Franco Coggiola e Alessandro Portrlli) raccolsero centmaia e centinaia di questi canti, dando vita a un invidiabile corpus di canti sociali italiani.
Il revisionismo non è solo un rovesciamento di senso degli avvenimenti ma è anche un occultamento della produzione culturale delle classi subalterne in modo da renderle prive di una memoria e per questa via maggiormente plasmabili alla cultura di massa prodotta dalle élite per rimbambire le masse. Da qui l'importanza dell'antologia di Bermani che raccoglie canti sociali.
Sono detti canti sociali, per comodità, tutti i canti di protesta, di denuncia, di affermazione politica e ideologica, dal periodo della Rivoluzione francese a oggi, propri o in funzione degli interessi delle classi
lavoratrici. uesta definizione irnplica poi, per-la razionalizzazione di questi stessi canti, un allargamento di visuale a.ben più ampi ambiti musicali e siciali. Quale fosse il loro spessore re nel nostro paese è stato ignoto smo alla fine degli anni Cinquanta, quando prima i ricercatori legati al movimento di Cantacrona che (Sergio Liberovici, Emilio jona, Michele L. Straniero e pochi altri), poi quelli legati al Nuovo Canzoniere Italiano (Gianni Bosio, Roberto Leydi, Cesare Bermani inizialmente, poi decuplicatisi nel corso degli anni Sessanta e di essi si ricorda qui per tutti Franco Coggiola e Alessandro Portrlli) raccolsero centmaia e centinaia di questi canti, dando vita a un invidiabile corpus di canti sociali italiani.
Come mi ha raccontato Bermani, tutto forse era partito da un volumetto pubblicato dalle EdizioniAvanti! nel 1954, Ascolta Mister Bilho! Canzoni di protesta del papato. americano dedicato al canto Sociale e politico degli Stati Uniti. Era, per la cultura italiana, un pnmo incontro con una realtà "altra" degli Stati Uniti (non dimentichiamo che erano gli anni della guerra fredda e della Corea).. Ricordava Leydi: «Fu propno di fronte a quella raccoltina di canti americani che ci ponemmo la domanda perché nulla di simile ci fosse da noi. E venne la facile constatazione _che gli Stati Uniti avevano un patrimonio di canti sociali perché alcuni ricercatori li avevano raccolti e pubbli- cati, mentre l'Italia non aveva un eguale patrimonio perché nessuno, o quasi, si era dato la pena di andare a cercare quelle testimonianze. Ci rendemmo, cioè, conto, che nel giudizio sull' esistere o meno dei contributi relativi alla vita popolare eravamo schiavi della mentalità "scritta", secondo a quale esiste soltanto quanto è fissato sulla pagina».
Prima che i nostri canti sociali venissero raccolti, la maggioranza pensava che non esistessero, sconosciuti com'erano alla "cultura ufficiale". Dalla presa di coscienza di operare su un terreno scoperto e trascurato, nacque dentro il lavoro stesso di ricerca la necessità di darsi un disegno culturale e politico teso ad esiti anche«extra-scientifici», necessari proprio per permettere il decollo e la prosecuzione di quella ricerca e delle sua mondanizzazione tramite spettacoli e dischi; e nacque la necessità di trovare ed elaborare metodi pertinenti, capaci di restituire la testimonianza in una rappresentazione quanto più possibile misiurata sulla realtà di- un «mondo» che - pur implicato nei modi di comunicazione delle egemonie che a quell'epoca operavano soprattutto attraverso la carta stampata e la televisione - esprimeva una sua «alterità», se non una sua «autonomia».
Nacquero così spettacoli come Bella ciao (1964) e Ci ragiono e canto (1966), Il Nuovo Canzoniere italiano (che tra il 1962 e 1977 fece oltre 4.000 spettacoli e i cui componenti, da Ivan Della Mea a Giovanna Marini, da Fausto Amodei a Paolo Pietrangeli, da Gualtiero Bertelli a Rudi Assuntino, scrissero e cantarono nuovi canti sociali), I Dischi del Sole (negli stessi anni ne vennero prodotti ben 276) e l'Istituto Ernesto de Martino per la conoscenza critica e la presenza alternativa del mondo popolare e proletario (1966). La pubblicazio-
ne di Bermani ha quindi il merito di raccogliere una parte di quell'immenso lavoro di inchiesta che ha portato alla luce una altrettanto immensa produzione culturale popolare e che oggi rischia di essere nuovamente occul tata. Un merito politico oltre che culturale perché continuo a pensare che il compito dei comunisti non sia tanto quello di governare la gente meglio degli altri, quanto quello di aiutare la gente a governarsi da sé e - di questo auto-governo - la propria auto coscienza culturale è parte fondante.
Nacquero così spettacoli come Bella ciao (1964) e Ci ragiono e canto (1966), Il Nuovo Canzoniere italiano (che tra il 1962 e 1977 fece oltre 4.000 spettacoli e i cui componenti, da Ivan Della Mea a Giovanna Marini, da Fausto Amodei a Paolo Pietrangeli, da Gualtiero Bertelli a Rudi Assuntino, scrissero e cantarono nuovi canti sociali), I Dischi del Sole (negli stessi anni ne vennero prodotti ben 276) e l'Istituto Ernesto de Martino per la conoscenza critica e la presenza alternativa del mondo popolare e proletario (1966). La pubblicazio-
ne di Bermani ha quindi il merito di raccogliere una parte di quell'immenso lavoro di inchiesta che ha portato alla luce una altrettanto immensa produzione culturale popolare e che oggi rischia di essere nuovamente occul tata. Un merito politico oltre che culturale perché continuo a pensare che il compito dei comunisti non sia tanto quello di governare la gente meglio degli altri, quanto quello di aiutare la gente a governarsi da sé e - di questo auto-governo - la propria auto coscienza culturale è parte fondante.
Oltre al cofanetto che contiene libro e CD, i soli CD sono anche oggetto di un'altra pubblicazione dal titolo "150 anni di storia attraverso il canto sociale e popolare. L'Italia nelle canzoni, 1797-2001» (3 CD, Modena, Ala Bianca records/ I Dischi del Sole, febbraio 2011), che riporta in copertina e nelle label un disegno inedito di Sergio Staino e contiene una presentazione a cura di Stefano Arrighetti.
Liberazione - 20 marzo 2011
Il 19 febbraio la Federazione della Sinistra ha organizzato a Sanremo una iniziativa intitolata "Bella ve a cantiamo noi ... Musica e parole contro il revisionismo storico". L'iniziativa basata su un dibattito e un
concerto aveva l'obiettivo di contestare la scelta degli organizzatori del festival di Sanremo di non far cantare "Bella ciao" nella serata sui 150 anni di canzone italiana e di equiparare Bella ciao a Giovinezza.
Un ennesimo episodio di quel revisionismo storico che non ha alcun valore scientifico ma che si ripropone l'obiettivo di modificare radicalmente il senso comune.
Nel corso dell'iniziativa è emerso un di più di quanto avevamo ipotizzato organizzando l'iniziativa. Di questa "eccedenza" diamo conto con la riproduzione in copia anastatica di un rapporto dei carabinieri che documenta come proprio a Sanremo e Ventimiglia, nel '24, le associazioni dei combattenti e reduci della Prima Guerra Mondiale abbandonassero le manifestazioni di fronte alla pervicace volontà delle autorità fasciste di suonare l'inno del regime, Giovinezza per l'appunto.


